Disastro. Per le calli più nascoste di Venezia.

Il giorno del disastro, il giorno seguente all’inondazione della notte tra il 12 e il 13 novembre, è quello degli esperti e degli opinionisti. Ma come la guerra è troppo seria per lasciarla ai Generali, così Venezia è troppo importante per osservarla affondare nel cancan mediatico che si accapiglia discutendo di Mose o non Mose. Per molti Venezia è ancora carne viva, una città che respira, non la retorica della grande bellezza. Penso ai molti buoni amici che ho in città, a Francesco Giusti e alla sua fragilità, a lui tremante che fa fatica a muoversi e allo spavento che deve aver provato. Se è vero che la vera poesia è merce rara, allora Francesco è una persona rara. Lo chiamo, e subito mi dice: “Te ‘speto, chiacchieriamo un po’ e andiamo a far l’aperitivo, ma vien coi stivai de goma!” Allora prendo il primo treno regionale e raggiungo Venezia Santa Lucia al binario 17, da sempre il mio punto d’accesso in città. Una volta Francesco accompagnandomi in stazione mi disse: “A Venezia il binario 17 è quello meno turistico di tutti, il più territoriale, da un lato collegava il quartiere popolare di Santa Marta alle fabbriche di Porto Marghera, dall’altro consentiva ai campagnoli di venire in città, un interscambio continuo e popolare.

Sull’acqua granda che ha raggiunto Venezia e la Laguna lo scorso 12 novembre Alessandro Bresolin ha intervistato il poeta Francesco Giusti. L’intervista è pubblicata su Carmilla.

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